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Val Imperina: la storia

Ricerche > La miniera di Val Imperina

Estratto della pubblicazione "IL CENTRO MINERARIO DI VALLE IMPERINA: DALLA RISCOPERTA AL RIUSO"
di Raffaello Vergani (università di Padova)

La piccola valle Imperina si apre sulla destra orografica del torrente Cordevole, affluente di destra del Piave, qualche chilometro a sud di Agordo, in provincia di Belluno, ed è stata nei secoli passati uno dei maggiori centri minerari e metallurgici del Veneto. Nel sottosuolo, infatti, della parte media della valle è situato l'ammasso di pirite cuprifera che ha fornito per quasi cinque secoli la materia prima all'industria veneta del rame.
La prima notizia certa di una produzione di questo metallo in valle Imperina risale al 1417, la seconda al 1483. Si tratta, senza dubbio, di uno dei tanti affioramenti metalliferi coltivati allora nell'area agordina. Nel secolo successivo si fanno strada i due elementi che segneranno la storia futura del sito: da un lato la coscienza della ricchezza del giacimento, insolita nel quadro delle mineralizzazioni dolomitiche, dall'altro l'interesse della Repubblica Veneta alla produzione del rame, metallo 'strategico' essenziale sia per la monetazione che per la fabbricazione del bronzo da cannoni.

Si susseguono nella valle, nel corso del Cinquecento, parecchi imprenditori agordini, bellunesi, veneziani, ma nell'ultimo quarto del secolo l'esaurimento del minerale facilmente accessibile porta con sé il declino dei piccoli e medi sfruttamenti.
Il vero decollo si ha durante il Seicento, in ragione sia dell'ingresso di imprenditori dotati di grandi capitali e quindi in grado di effettuare gli investimenti necessari per spingere in profondità gli scavi minerari, sia dei progressi tecnici che hanno luogo allora nell'attività estrattiva e nella metallurgia del rame.

Fin dagli inizi il processo di produzione presenta un alto grado di integrazione verticale: si estrae il minerale, si pratica l'arrostimento all'aperto, lo si fonde più volte negli appositi forni fino al ricavo del rame metallico. E tutto all'interno della piccola valle.
Nell'attività estrattiva la maggiore innovazione tecnica è costituita, nel 1632, dall'abbattimento del minerale mediante la polvere da sparo. In quella di trasformazione, un notevole aumento della produttività si ottiene a partire dal 1670 affiancando al processo per via secca praticato fino allora anche un processo per via umida che permette di recuperare una parte di metallo che in precedenza andava perduta.

La tendenza espansiva del centro di valle Imperina è indubbia, e le cifre lo testimoniano in modo eloquente. La produzione di rame metallico è di circa 15 tonnellate nel 1574, di 62 nel 1669, di 120 nel 1788. In quest'ultima occasione essa viene valutata pari a circa la metà del fabbisogno della Repubblica. Altrettanto in crescita l'occupazione, diretta e indiretta: il numero di addetti, ivi compresi i boscaioli e i carbonai che operano nel territorio circostante in funzione delle aziende di valle Imperina, è di circa 300 nel 1592 e di quasi 1300 nel 1795.
La popolazione di Agordo Sottochiusa, è la divisione amministrativa che comprende al suo interno il centro minerario, è costituita, secondo il censimento del 1780, da 6154 persone raggruppate in 1388 famiglie. Ciò significa che in media quasi un membro per famiglia aveva allora a che fare con l'industria del rame. Si tratta, quindi, di un fatto di prima grandezza nell'economia della zona.

Il villaggio di Riva d'Agordo, oggi Rivamonte Agordino, situato immediatamente al di sopra di valle Imperina, aveva visto la sua popolazione moltiplicarsi per sette nel corso del Seicento, il secolo di più rapida espansione dell'attività. E' Riva a fornire per secoli la maggior parte dei minatori e dei lavoranti metallurgici. Nel 1766, su una popolazione complessiva di 1130 persone dove gli uomini in età lavorativa sono in numero di 347, il 91 per cento di questi è occupato nei lavori di valle Imperina. L'economia del villaggio è un originale intreccio di attività agricole e attività industriali, dove queste ultime forniscono intorno ai tre quarti del reddito totale. Una comunità mineraria di lunga durata, nella quale il lavoro e la sua cultura si tramandano per secoli di padre in figlio. Una esperienza rara nella storia d'Italia, forse eguagliata solo da quella dell'isola d'Elba.

Nel corso del XIX secolo la produzione di rame si aggira intorno alle 200 tonnellate annue. Ma il declino del prezzo del metallo sul mercato internazionale incide in modo crescente sull'equilibrio economico dell'azienda pubblica, che dopo il 1850 chiude sempre più spesso i conti in passivo.
Il regno d'Italia, che eredita nel 1866 una situazione ormai compromessa, pensa ben presto a sbarazzarsene. Nel 1867 tuttavia, quasi un parziale risarcimento, è fondato in Agordo un Istituto Tecnico Minerario destinato a un brillante avvenire. E già dai primi decenni di attività i diplomati agordini cominciano a sparpagliarsi per i cinque continenti, nei quali in futuro sarà facile incontrarli laddove sono in corso lavori minerari, idroelettrici, di traforo e altre consimili attività.

A partire dal 1868 si bloccano le nuove assunzioni e la mano d'opera occupata comincia a diminuire. Il centro minerario perde gradualmente la sua centralità nell'economia del medio Agordino, si rafforzano le correnti tradizionali di emigrazione temporanea ma cominciano anche, sul declinare del secolo, le prime partenze definitive.
Nell'ultimo decennio dell'Ottocento si abbandona la produzione del rame in sede locale: quella di valle Imperina diventa allora una semplice miniera di pirite che fornisce la materia prima all'industria chimica dislocata in pianura, in particolare per la fabbricazione dell'acido solforico.

La miniera chiuderà definitivamente nel 1962.

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