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Val Imperina: la riscoperta

Ricerche > La miniera di Val Imperina

Estratto della pubblicazione "IL CENTRO MINERARIO DI VALLE IMPERINA: DALLA RISCOPERTA AL RIUSO"
di Raffaello Vergani (università di Padova)

La chiusura del 1962 incide in modo diretto, soprattutto, sul paese di Rivamonte, che era legato da un rapporto 'speciale' con la miniera e che perde nel giro di vent'anni quasi metà della sua popolazione. Ma costituisce anche "una disillusione e una disfatta" per tutta l'area del medio Agordino. Valle Imperina era stata una delle sue risorse principali per qualche secolo, ma non era riuscita a farla uscire dalla povertà, a farle superare i limiti di un'economia di sussistenza, a innestare un processo di sviluppo che desse ai suoi abitanti qualcosa di più di un lavoro duro e mal pagato. La chiusura del 1962 era stata l'epilogo di un lungo processo di declino durato oltre un secolo. In questo clima di amarezza rischiava di perdersi in modo irrimediabile un patrimonio di tradizioni, di valori, di culture del lavoro che si era accumulato in secoli di storia mineraria e aveva trovato il suo maggior centro di espressione nel paese di Rivamonte.


Anche la natura, del resto, faceva la sua parte nell'opera di cancellazione del passato. L'alluvione dell'autunno 1966 è particolarmente rovinosa nella montagna veneta in generale e in valle Imperina in particolare. Essa danneggia molti edifici, trascina via attrezzature e macchinari, distrugge gran parte della strada di servizio, fa crollare ponti e passerelle sul torrente sottostante.
Nel 1987, a testimoniare una prima manifestazione d'interesse da parte degli organi centrali dello stato finora silenti, il complesso di valle Imperina viene incluso nell'elenco dei circa 1100 "malati gravi", i beni culturali d'Italia meritevoli d'un intervento prioritario, predisposto allora dalla rete delle Soprintendenze di stato nell'ambito del progetto Memorabilia.


È di quasi due anni dopo, onore al merito, il primo atto concreto da parte agordina, l'acquisto di terreni, fabbricati e pertinenze varie dell'area ex mineraria che il Comune di Rivamonte effettua dalla Montedison il 1° novembre 1988. La delibera, si legge nel testo, è ispirata al "rapporto storico e viscerale che Rivamonte, la sua gente, la sua economia hanno avuto con la vecchia miniera". Tra le possibili destinazioni si prospetta quella di "area preparco" nel quadro dell'istituendo Parco delle Dolomiti Bellunesi oppure quella di "area di notevole interesse storico-culturale".
È una decisione coraggiosa che pone un punto fermo nella lunga vicenda, anche se tutti sanno che mai il piccolo Comune potrà trovare, da solo, gli ingenti mezzi per il recupero del complesso ex industriale.

Particolarmente feconda si dimostrerà l'apertura verso il Parco, il cui progetto istitutivo, presentato nel lontano 1970, comprendeva nel perimetro anche il fianco destro della valle Imperina.
Dopo il 1983 il tema di valle Imperina si fa strada nelle aule universitarie, e in particolare all'Istituto universitario di architettura di Venezia dove vengono presentati vari progetti di recupero in forma di tesi di laurea. Una di queste, discussa nell'anno accademico 1988/1989 da Walter Salton, Antonio Pollazzon e Gianni Slompo, sarà alla base del progetto adottato successivamente dalla Comunità montana.
A livello locale, una feconda opera di sensibilizzazione viene promossa dal Club Unesco di Padova, che tra il 1989 e il 1993 svolge a Rivamonte e dintorni attività di documentazione e di ricerca iconografica e fotografica anche attraverso una campagna di interviste agli ex minatori e ai loro familiari. Quest'opera di sensibilizzazione contribuisce anche a far conoscere il problema Imperina a livello europeo, tramite l'organizzazione in loco di campi giovanili e incontri internazionali come quelli che hanno luogo rispettivamente nell'estate 1991 e il 25 maggio 1993. In quest'ultimo anno il recupero della valle viene inserito nella rete di progetti Unesco "Amici dei Tesori del Mondo".

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