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Val Imperina: il recupero

Ricerche > La miniera di Val Imperina

Estratto della pubblicazione "IL CENTRO MINERARIO DI VALLE IMPERINA: DALLA RISCOPERTA AL RIUSO"
di Raffaello Vergani (università di Padova)

Nell'ultimo decennio del Novecento un concorrere di circostanze favorevoli, solo in parte casuali, rende possibile il decollo dell'operazione di recupero.
Il 20 aprile 1990 viene alfine approvato il progetto del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi, ciò che comporta automaticamente l'estensione al fianco destro di valle Imperina della protezione e dei vincoli d'uso propri del Parco. L'Ente Parco incaricato della gestione verrà istituito successivamente il 12 luglio 1993.
Il progetto generale di recupero, che viene adottato nel 1994, porta la firma dei tre architetti sopra citati Salton, Pollazzon e Slompo e costituisce lo sviluppo della loro tesi di laurea. La previsione di spesa formulata allora è di circa 18 miliardi di vecchie lire, pari a oltre 9.296.000 euro (dei quali alla fine del 2005 risulta già impiegata la somma di circa 6.728.000 euro). L'impresa è gestita dalla Comunità montana agordina di concerto col Parco e con il Comune di Rivamonte, che mantiene la proprietà dei terreni e degli immobili facenti parte del complesso minerario.
Data anche l'entità dell'impegno complessivo, il programma viene portato avanti per singoli progetti che si susseguono l'un l'altro e che sono sostenuti, specie nella prima fase, da finanziamenti di diversa provenienza.

Il primo contributo giunge alla Comunità montana nello stesso anno 1994 nell'ambito del programma Interreg Italia-Austria: si tratta di una iniziativa della Comunità europea che tramite la regione Veneto finanzia interventi per il turismo nella provincia di Belluno. Il progetto prevede il restauro del fabbricato "ex magazzini", di probabile impianto settecentesco ma con vari interventi successivi, e la sua destinazione a ostello della gioventù. L'edificio, situato sul lato sinistro del torrente Imperina presso la confluenza nel Cordevole, per la sua prossimità alla strada statale si presta assai bene anche alle funzioni di luogo di ristoro e porta d'ingresso al centro minerario. Il grosso del restauro è già compiuto nel settembre 1996, mentre proseguono negli anni successivi alcuni lavori di completamento. La struttura è aperta al pubblico in stagione a partire dall'estate 2001.

Il secondo progetto a decollare, in questo caso con il totale finanziamento da parte del Parco, è quello che riguarda la pregevole centrale elettrica del primo Novecento collocata sulla sponda destra del Cordevole circa 400 metri a valle della confluenza dell'Imperina in quest'ultimo. Una volta concluso il restauro nel 2003, il Comune di Rivamonte ha ceduto l'edificio in comodato gratuito al Parco nazionale, il quale l'ha attrezzato a Centro visitatori del Parco stesso. All'interno sono disponibili pannelli e audiovisivi relativi all'ambiente del parco e al mondo minerario agordino, mentre nel seminterrato già sede delle turbine è previsto l'allestimento di un museo delle ruote idrauliche. Il Centro è aperto al pubblico dall'aprile 2004.

Tra il 1997 e il 2002 inoltre, usufruendo di finanziamenti di varia provenienza, Regione Veneto tramite la Comunità montana, Parco, Comune di Rivamonte, Genio Civile di Belluno, Soprintendenza ai Beni Culturali del Veneto orientale e altri ancora, si operano altri interventi su infrastrutture e fabbricati del centro minerario.
Essenziale è il ripristino del percorso pedonale che unisce l'area degli antichi forni all'area estrattiva vera e propria: circa 1500 metri di via sterrata con due passerelle e un ponte già demoliti a suo tempo all'alluvione del 1966. Viene ultimata nel 1998 la nuova passerella coperta sul Cordevole, con tetto in rame, che collega la strada statale col centro minerario al di là del torrente. Lì accanto troneggia su una piazzola coperta uno dei locomotori elettrici della vecchia linea ferroviaria Bribano-Agordo.
Verso sud, in direzione dell'ex centrale elettrica, i ruderi del magazzino di carbone restaurati in chiave archeologica a cura della Soprintendenza presentano una mirabile architettura a blocchi e archi di pietra analoga a quella dei forni fusori.

Ma è l'edificio dei forni, come già si diceva all'inizio, l'autentico gioiello di valle Imperina, il "museo di se stesso" come lo si è voluto definire: non tanto l'involucro esterno, sia pure pregevolissimo con la sua architettura a tre navate, e così ricostruito con fattezze diverse dopo che il precedente era parzialmente crollato nel marzo 1909 sotto una nevicata eccezionale, quanto l'interno, con i quattro forni da rame ottocenteschi quasi intatti e privi soltanto degli alti camini originari. Questi forni costituiscono un unicum non solo a livello regionale ma, per quanto ne sappiamo, anche nazionale. L'interno dell'edificio verrà attrezzato a mostra permanente delle tecniche metallurgiche, mentre in un ampio vano adiacente, già sede dell'apparato di ventilazione, troveranno spazio attività espositive e una saletta da proiezione a grande schermo.

L'altro fabbricato di pregio restaurato in questi ultimi anni è quello delle ex stalle, collocato tra i forni fusori e l'ex centrale elettrica. Si tratta di un ampio edificio a due piani, d'impianto probabilmente settecentesco, costruito in blocchi di pietra con materiali e stili assai vicini a quella dei forni fusori e del deposito di carbone. Al pianterreno è prevista la destinazione a scuderie per cavalli così da consentire a breve termine l'inizio dell'attività di maneggio, mentre per gli altri spazi si progetta, da realizzarsi peraltro con fondi futuri, la presenza di servizi vari di gestione ambientale e funzioni connesse, oltre a una superficie amministrata direttamente dal Comune di Rivamonte per le proprie attività culturali.

L'intesa di programma del 2002 prevedeva anche l'inizio del recupero di alcune infrastrutture minerarie.
La galleria Santa Barbara innanzitutto, una delle più antiche, citata con questo nome fin dal 1483, ancora funzionante al momento della chiusura nel 1962. Il suo imbocco si trova poco oltre la metà della valle, la lunghezza fino al pozzo Donegani è di circa 500 metri. La galleria, assai suggestiva per la forma ovoidale e l'interno rivestito di conci di pietra a secco, è percorribile per circa 70 metri fino ad una ostruzione per ora non rimossa. I primi interventi, oggi conclusi, hanno riguardato il rifacimento del piazzale di accesso e del primo tratto di una decina di metri gravemente danneggiato dall'alluvione del 1966.
L'altra importante infrastruttura mineraria è quella del pozzo capitale risalente nella sua prima conformazione a fine Settecento: è stato oggetto di restauro il fabbricato che racchiude l'apertura del pozzo, attualmente ancora murata, e l'imbocco della galleria Fusinella , accesso, quest'ultima, al vano della ruota idraulica che azionava fino al primo Novecento l'argano di estrazione.
Attualmente (mese di giugno 2006) i finanziamenti disponibili sono esauriti e i progetti ulteriori, riapertura completa della galleria Santa Barbara e suo collegamento col pozzo capitale e la galleria Nuova Magni , messa in funzione di un convoglio di locomotori e vagonetti per la visita alle strutture minerarie sotterranee, sono affidati per ora a un incerto futuro.
In ogni caso, va rilevato che mentre nell'area triveneta sono già presenti e fruibili da tempo analoghi percorsi, si pensi ad esempio alle miniere di Schneeberg/Monteneve e a quelle di Predoi/Prettau in Alto Adige, in nessun sito ex minerario abbiamo invece un simile complesso di edifici di pregio e tanto meno un monumento industriale anche lontanamente paragonabile ai nostri forni da rame.
È giusto, quindi, augurarsi che i tre enti direttamente interessati, la Comunità, il Parco, il Comune di Rivamonte, trovino presto una formula adeguata per la gestione e la valorizzazione di questo prezioso patrimonio.

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