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Robert E. Peary: 1896/1906, la sfida al Polo Nord

Ricerche > Robert Edwin Peary

Testo tratto da: "Robert Edwin Peary e il Polo Nord" , un articolo di Franco Pelliccioni

Nel 1898 con la Windward arriva nel Bacino di Kane. Bloccato dai ghiacci, raggiungerà con slitte e rifornimenti Fort Conger, a nord-est dell’isola di Ellesmere (Bacino di Hall), alcune centinaia di miglia più a nord. Sfruttando il chiarore della luna, parte a dicembre con temperature di - 50°, arrivando a gennaio del 1899. Le sue calzature di foca sono ormai un ammasso informe: ha i piedi congelati. Un’incisione con un coltello ed ecco che cadono a terra, una dopo l’altra, anche otto dita. A febbraio, al prezzo di enormi sofferenze, Peary torna alla nave, dove a marzo subisce le amputazioni definitive.
Usando stampelle, a primavera porta altre vettovaglie a Fort Conger, mentre la Windward torna negli Stati Uniti. In estate si porta nell’ovest della Groenlandia, stabilendo una base tra gli Eschimesi polari di Etah, dove sverna. Quindi torna a Fort Conger, che lascia nell’aprile del 1900 per superare il Canale Robeson, raggiungendo velocemente la costa groenlandese nord-occidentale. È adesso che inizia la tattica di mandare indietro, a intervalli, gli eschimesi. Un sistema che perfezionerà in futuro. A maggio raggiunge Capo Morris Jesup (83°38’ N), nella Terra di Peary. Spingendosi per altre due settimane ancora più a nord (83°50’). A giugno torna a Fort Conger per svernare. L’attività di Peary continuerà ancora ad alternarsi come un pendolo
tra le due sponde (Groenlandia ed Ellesmere) della «via americana».

Nel 1901 è a Etah, viaggia attraverso lo Smith Sound fino a Ellesmere, per prepararsi a un ulteriore attacco al Polo dal nord. A marzo del 1902 è a Fort Conger, ad aprile inizia da Capo Hecla il viaggio verso il Nord più estremo. La velocità delle slitte si riduce sensibilmente per le accidentate caratteristiche del pack e la presenza di canali d’acqua. Il 21 la marcia si arresta a 84°17’. Depresso, è costretto a rinunciare e a tornare in patria.
A New York è subito sottoposto a delicati interventi chirurgici che gli consentiranno di utilizzare al meglio i piedi. Poi otterrà anche la nave che tanto desidera, al costo di 100.000 dollari. Raccolti tra il 1903 e il 1905 grazie al suo Club, ad amici milionari, alla gente comune e all’influenza dell’amico Theodore Roosevelt. Nel 1903-07 sarà anche eletto Presidente dell’American Geographical Society.

Nel 1904 nel cantiere McKay & Dix di Bucksport (Maine) si inizia a costruire la nave che Peary ha personalmente disegnato. Una goletta a tre alberi, con un potente motore di 1.000 HP, albero ed eliche sovradimensionati, velocità di 8 nodi, vele ausiliarie. È lunga 46 m, larga 10, stazza 1.600 tonnellate. Una nave elastica, resistente e stretta, con le fiancate a forma d’uovo, in grado di sgusciare via dall’abbraccio dei ghiacci. Ha una chiglia rinforzata, spessa fino a 76 cm, con massicce travi trasversali che abbracciano l’interno dello scafo. Oltre a una prua allargata, così da spezzare i ghiacci. Viene varata nel 1905 e battezzata Roosevelt, in onore dell’amico Presidente.

A luglio del 1905 la SS Roosevelt, al comando di Bartlett, discende il fiume Hudson, diretta nell’artico con la settima spedizione di Peary. A bordo ha una folta équipe di scienziati. Lasciata Etah ad agosto, si apre lentamente una via attraverso i ghiacci, che schiaccia e macina, attraverso lo Smith Sound, il Bacino di Kane e i due Canali di Kennedy e Robeson. Il 5 settembre arriva a Capo Sheridan (Union), nella Terra di Grant, sulla sponda dell’Oceano Artico, proprio come Peary desiderava. In questo modo l’abilità di Bartlett ha fatto battere di qualche miglio il record posseduto fino ad allora dalla nave Alert (1875). Nel nuovo «attacco» al Polo del febbraio del 1906 Peary incontra i medesimi e insormontabili ostacoli del 1902. A marzo si è spinto un po’ più a nord di allora. Con disperazione si dirige ancora più a settentrione. Dopo 40 giorni ha coperto poco più di 140 miglia, cioè circa 3 al giorno. Il 21 aprile affermerà di aver raggiunto il record, giungendo a soli 280 km dal Polo. Ma Peary sul giornale non riporta alcuna longitudine. Anzi, fino al 2 giugno non scrive alcuna data. Una settimana dopo Peary si dirige con le slitte verso la costa della Terra di Grant, raggiungendone a metà giugno il limite estremo, dopo trecento miglia. Qui scala i Capi Colgate (il 24) e Hubbard (il 28). Il 30 rientra alla nave, in cattive condizioni per gli schianti subiti dalla pressione della banchisa. Ora è più a sud, ma nuovamente va a fracassarsi contro i ghiacci, perdendo le pale dell’elica, timone e palo di poppa. Salpata il 24 agosto, il viaggio di ritorno sarà lento e difficoltoso, poiché si dovrà sostituire il timone per cinque volte.

A dicembre del 1906 attracca a New York. È in condizioni miserabili, poiché ha subito tempeste, un incendio e danni da dinamite. Solo la grande abilità di Bartlett ha scongiurato il naufragio. Nel 1907 Peary affermerà come: «non credo esista un’altra nave galleggiante capace di sopravvivere a questa durissima prova».

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